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Giro-E incontra… Gino Cervi

04/02/2022

Giro-E incontra Gino Cervi, nato lo stesso giorno di Gianni Bugno (era il 1964), filologo romanzo, coppiano, milanista ma, soprattutto, intellettuale del ciclismo nell’accezione migliore del termine, ovvero quella di scrittore, editor (libri, dizionari, enciclopedie), autore at large tra cui di GIROglifici, il podcast ufficiale del Giro d’Italia durante i giorni di corsa, creato con la redazione di Bidon-ciclismo allo stato liquido; insomma, uno che di ciclismo se ne intende, che si parli di epica delle corse come di storia, ma che non si sottrae neppure all’attualità, infatti è in partenza per un educational tour alla scoperta delle Marche, dove ha richiesto una bici a pedalata assistita.

 

Il ciclismo è uno sport romantico, pur essendo intriso di tecnologia, e la poesia del cicloturismo è oggi rilanciata dall’avvento della bici elettrica. Non suona strano?

“Ma no. Credo davvero che la bici elettrica sia la rivoluzione copernicana della pratica ciclistica. Non sono tra quelli che pensano che la bici elettrica sia doping tecnologico o addirittura, come dicono i più cattivi, il viagra ciclistico. Credo che veramente possa ampliare gli orizzonti della pratica ciclistica che per tanti motivi,: culturali, ambientali, infrastrutturali, in Italia rimane ancora una nicchia. Sono molto favorevole all’utilizzo della bici elettrica. Prima di tutto come mezzo quotidiano di spostamento per sostenere una mobilità intelligente, soprattutto in ambito urbano ma anche periurbano: per chi abita a 20-30 chilometri dalla città, come me per esempio che abito a Pavia e vengo qualche volta a lavorare a Milano in bicicletta, la pedalata assistita è davvero la quadra. C’è poi l’aspetto turistico del cicloviaggiatore. È vero che la bicicletta è uno sport di fatica, e la fatica fa parte ontologicamente della bicicletta, essendo legata alla sua storia, alla sua forma, ed è una passione che devi coltivare con dedizione e costanza, ma poter continuare ad apprezzare l’andare in bicicletta quando le condizioni atletiche non te lo consentono, oppure perché anagraficamente non puoi più affrontare imprese come qualche anno prima, è una straordinaria opportunità, consentita proprio dalla bici a pedalata assistita”.

 

Nella bicicletta l’aspetto estetico è prevalente: adesso le bici elettriche, da orribili, sono belle quanto le più belle bici muscolari.

“È vero. La bicicletta è bellezza: è uno degli aspetti che la rendono affascinante. Nella sua forma platonica, essenziale, la bicicletta è immutata da 150 anni, perché a partire dalla Safety Bicycle del 1885 circa, quella con le ruote della stessa dimensione e con il telaio composto da otto tubi, non è cambiata così tanto. Sono cambiati i materiali, sono migliorate le tecnologie, ma la forma è rimasta uguale. Ciò è tipico dei perfetti oggetti di design, quelli che nascono bene e sono perfettamente funzionali. Il fatto che la bicicletta elettrica, quando è nata, andasse a intaccare questa perfezione armonica quasi leonardesca delle proporzioni tra ruote, telaio, manubrio e sella, dava fastidio a coloro che amano la bicicletta al di là della sua funzione, del suo essere uno strumento di sublimazione atletica. Come sempre succede, l’ingegno umano è andato in soccorso anche alla bicicletta cosiddetta elettrica, che oggi è finalmente meno smaccatamente elettrica di prima nell’aspetto”.

 

Come nasce il tuo amore per la bicicletta?

“Nasce per due motivi. Il primo è che sono cresciuto in campagna, quindi la conquista dell’autonomia, dell’indipendenza, è stata legata alla bicicletta, che è rimasta il mio principale mezzo di spostamento anche quando avrei avuto l’età, 14 anni, per passare al motorino. Io sono passato direttamente all’automobile, continuando a pedalare fino ai 18 anni. Il secondo motivo è che mia mamma era una tifosa ciclista, coppiana, che aveva ereditato questa passione da mio nonno, bartaliano, che si chiamava come me ma che io non ho mai conosciuto e che era un tifoso accanito di ciclismo, uno di quelli che andavano al Vigorelli a vedere le riunioni tra i campioni della pista. Sin da piccolo ho memoria del Giro d’Italia seguito in televisione nei pomeriggi di maggio, in casa”.

 

Sei un cantore del Giro d’Italia. Tra l’altro, a maggio è uscito Ho fatto un Giro. Diario di una corsa fuori stagione (Touring Club Italiano editore), che racconta l’unico Giro corso a ottobre in oltre un secolo di storia.

“Molto umilmente e forse indebitamente mi sono accodato a una lunga tradizione di scrittura di ciclismo e in particolar modo di Giro d’Italia. Io sostengo che il Giro è stato inventato affinché si potesse scrivere di corse, non a caso l’inventore del Giro d’Italia è stato un quotidiano, La Gazzetta dello Sport. Il ciclismo agonistico è sempre andato di pari passo con la scrittura, che di volta in volta è stata cronaca, quindi resoconto più o meno secco e impersonale, oppure qualcosa di più simile alla letteratura: non a caso molto scrittori si sono inventati scrittori veri al Giro d’Italia, diventando romanzieri o poeti, come Dino Buzzati, Vasco Pratolini, Alfonso Gatto. C’è una dimensione di narrazione nel ciclismo che è parte del suo fascino e che dura tuttora, come dimostra Fabio Genovesi che sulla Rai racconta un Giro parallelo, fatto degli scenari, dei paesaggi, delle storie del Giro d’Italia, che cambiano a ogni curva, a ogni tappa. Il Giro di cui riferisco in questo libro si è corso a ottobre e non a maggio, a causa della pandemia, ed è stato curioso raccontare un Giro destagionalizzato”.

 

Pochi giorni fa è uscito invece il tuo ultimo libro, La fabbrica della nebbia (Ediciclo editore).

“Sì, per la collana Piccola filosofia di viaggio, che quest’anno compie dieci anni e che invita gli scrittori o i giornalisti a raccontare le loro esperienze. Io ho scelto di parlare della nebbia perché sono nato tra i boschi del Ticino e la nebbia è un elemento naturale che mi ha accompagnato per la mia infanzia e per larga parte della mia adolescenza. A distanza di anni ho capito che la nebbia non aveva a che fare soltanto con il dato meteorologico. Quello che racconto è perciò un viaggio nella mia minima storia ma soprattutto nelle suggestioni e nelle fantasia che la nebbia da sempre invoca nella letteratura, nel cinema, perfino nella musica. Naturalmente c’entra la bicicletta, che mi ha accompagnato sempre: ricordo che quando mi sono trasferito a Milano, inforcavo la bici per andare a cercare le nebbie della Bassa, che sono diverse di quelle di Milano e io ne sentivo la mancanza. Nel libro c’è anche un Coppi sul Tourmalet che nella nebbia scappa e stacca tutti quanti”.

 

I nebbioni di un tempo non ci sono più, neanche nella Bassa. Com’è invece il futuro della bicicletta?

“Lo vedo rivoluzionato dall’ingresso così importante, anche nell’impatto economico, della bici elettrica. A lungo termine immagino un utilizzo più diffuso e sempre meno oneroso delle bici elettriche, che porterà la gente a riabituarsi all’utilizzo della bicicletta, così com’era prima della motorizzazione di massa, prima di chiuderci in queste scatole di sardine che ingombrano le strade e sono un ostacolo a entrare davvero nel paesaggio, nel viaggio. La mia speranza è che la bici elettrica sia un benaugurante segnale di una nuova stagione a due ruote a pedali”.

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