Chiusura
Vedi tutti

My e-Life

31/01/2022

Tanta strada deve ancora scorrere sotto le ruote delle bici da corsa a pedalata assistita, se c’è ancora, come c’è, qualche celodurista in scarpini che le ritiene figlie di un ciclismo minore. È un po’ come con i no vax: finché non provano, non credono. Ciò che dice la strada, che dice il mercato, che dice chi le usa, è invece che il ciclismo elettrico sarà la fetta più grande del futuro su due ruote. Non già perché, banalmente, “fai meno fatica”, cosa che peraltro non corrisponde a verità, ma perché la propulsione elettrica espande le possibilità, apre nuove strade, porta in sella nuovi ciclisti e ne riporta molti che l’avevano abbandonato. E questo vale sia per le e-road, le bici da corsa a pedalata assistita con cui si fa il Giro-E, sia per le e-bike che sempre di più affollano le strade italiane, non solo quelle trafficate delle grandi città, ma anche quelle delle tante, splendide città di provincia, dove la bicicletta è da sempre un reale, quotidiano mezzo di trasporto ben prima che si cominciasse a parlare di mobilità in senso lato.

Accantoniamo in questo contesto i problemi del traffico e l’utilità dell’e-bike per rendere più sostenibile l’impatto sull’ambiente dello stile di vita occidentale, e concentriamoci sul lato più ludico della faccenda: l’utilizzo della bici da corsa per vivere e condividere esperienze, tenersi in forma, sfogarsi, divertirsi a pedalare in salita.
Cominciamo con una domanda: qual è la distanza che separa una Look custom made montata Dura Ace con una splendida guarnitura 53-39 (quanto sono antiestetiche le compact?) e un pignone rigorosamente da 28 denti e l’immacolata Bianchi Aria e-road che la affianca nel garage? A livello tecnico, una distanza siderale.

La prima è una bici muscolare che dipende solo dal ciclista, equipaggiata con il meglio della tecnologia del suo tempo: dieci rapporti, freni convenzionali, niente elettronica, niente guarnitura 50-34. Il suo tempo è solo dieci anni fa. Ciò che allora era il massimo, in dieci anni è diventato il classico. Sono arrivati, nell’ordine, il cambio elettronico, le 11 velocità, poi le 12 velocità, i freni a disco, senza naturalmente parlare delle ruote. Così le bici da corsa sono diventate delle astronavi e quando oggi ci si mette in sella a una bici di alta gamma, la sensazione è pari a quella di sedersi su una BMW Serie 5: sei alla guida della frontiera tecnologica, un lusso che intere generazioni di automobilisti, come di ciclisti, fino agli anni Duemila inoltrati non hanno avuto la possibilità di provare. Però, ciò che separa questa Look da una super bici di oggi, se nella sostanza è così tanto, nella pratica è quasi irrilevante: pagherò un chilo e mezzo rispetto a una bici superleggera, i miei cerchi di alluminio chiederanno dazio a ogni cambio di ritmo, il rapporto è più duro con la guarnitura convenzionale e non compact (ma la bici più bella) e il pignone dietro che non può in alcun modo arrivare ai 20-32 denti degli attuali (che padelloni, però), ma il gesto tecnico, la fatica a salire, l’approccio alla pedalata e, in fondo, al ciclismo, sono identici. Anzi, quando in salita trovavo qualcuno con una bici lighter & “compacter” e andavo allo stesso ritmo, provavo l’intima soddisfazione di essere migliore, nel senso che io mi confrontavo con la salita senza trucchi – un po’ come l’alpinista che sale l’8000 senza ossigeno – con gli stessi rapporti con cui salivano i campioni che hanno fatto la storia del ciclismo. Ammetto: è un po’ il celodurismo di cui sopra, una vena testosteronica che nel maschio è pronta a ripalesarsi ogni volta che un confronto si propone o lui lo immagina. Questa sensazione, un po’ stupida ma anche naturale, bella, richiede però sudore e fatica, perché, appunto, la bici non sale mai da sola. Richiede, anche, un peso corretto, che magari non è il peso forma, ma quello che ti consente di affrontare salite con pendenze a due cifre senza sentire il cuore scoppiare e, dunque, rallentare, fermarti, rinunciare.

Ricordo che arrivare a quel risultato, a un allenamento e un peso tali da consentirmi certe salite, mi costò una fatica improba. Impiegai un anno per salire in modo fairly, cioè con la mia bici 53-38/28, uno dei “muri” dell’Oltrepò; per un anno mi ha respinto, mi ha costretto a scendere di sella e tornare indietro, poi, un giorno, ce l’ho fatta, e ammetto che è stato molto fico. Ma questo capitava tre anni, venti chili e un covid duro fa. Eventi che mi hanno condotto all’altra bici nel mio garage, la Bianchi a pedalata assistita, che sta alla mia Look, ma anche alle alta gamma muscolari, come la Tesla a una Fiat Tipo diesel: non necessariamente è migliore, ma è diversa, ed è il futuro. Un futuro che ho deciso di abbracciare il giorno che la cifra sulla bilancia è stata, per la prima volta, la stessa della frequenza di un’emittente radio il cui slogan è Very Normal People. Ecco, quel giorno il mio peso non era più molto normale, e io dovevo fare qualcosa. È stato allora che mi è tornata la voglia di pedalare.

NELLA FOTO La Bianchi Aria e-Road Ultegra Di2 alla Madonna del Vento, Montalto Pavese, un mattino di sano e nebbioso ciclismo oltrepadano.

Seguici
sui social
# giroe
top sponsor
official partners
official suppliers