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Giro-E, gli antenati

Chi lo direbbe che c’è voluto un secolo per arrivare alle e-bike di oggi, come quelle che fanno il Giro-E e le tantissime che si stanno diffondendo sulle strade di tutto il mondo? Dotare una bici di un motore è un vecchio sogno dell’uomo, che ci prova dagli anni Venti del Novecento con risultati non sempre all’altezza delle aspirazioni. Ma c’è stato un momento, dopo la seconda guerra mondiale, in cui il connubio tra una bicicletta e un motore ha trovato un primo punto di svolta.
Settant’anni fa, in un’Europa impegnata nella ricostruzione, occorrevano veicoli economici in grado di ampliare il raggio d’azione dell’uomo, di allungare i tragitti, di alleviare gli sforzi richiesti dalla bici, fosse per la distanza o per la presenza di salite. È stata un’epoca d’oro nel campo della mobilità. Seguendo il detto “di necessità virtù”, sono nati gli scooter, le motoleggere, le microcar, e poco dopo le utilitarie, tutti veicoli destinati a un pubblico che non era più fatto, come prima, di ricchi signori. In particolare, nel 1946 vedono la luce due veicoli o per meglio dire motori destinati a cambiare il mondo dei trasporti: il Garelli Mosquito e il VéloSolex. Il primo è italiano, il secondo francese. Entrambi hanno ridotta cilindrata, ciclo a due tempi, potenza inferiore al cavallo, e trasmissione a rullo. Significa che potevano essere applicati a una bicicletta per aumentarne le prestazioni. La differenza è che il Mosquito veniva venduto come motore e poteva essere montato, al di sotto del fulcro dei pedali, su qualsiasi bici; il VéloSolex, invece, era venduto già installato, sopra la ruota anteriore, assieme al telaio. È quest’ultimo, dunque, l’archetipo dei futuri ciclomotori, anche se la posizione così particolare del propulsore è stato un unicum.
I “velomotore”, come vennero chiamati, sono stati gli eroi di tutti gli anni Cinquanta, ben più della Vespa e della Lambretta. Il Mosquito è stato prodotto in due milioni di esemplari. Il VéloSolex, che ha continuato a essere costruito fino alla fine degli anni Ottanta, in sei milioni. Numeri da brivido. Certo, se pioveva il rullo slittava, dallo scarico usciva il puzzo tipico dei due tempi. Oggi, grazie ai motori elettrici e a batterie finalmente in grado di garantire degna autonomia, le e-bike hanno sviluppato il concetto portandolo, apparentemente, al suo compimento.
C’è una pubblicità VéloSolex dei primi anni Cinquanta in cui si vede una signora vestita da matinée che pedala sorridente mentre precede un ciclista abbigliato di tutto punto su una bici da corsa, che sta invece faticando come un matto. Perfetta sintesi di un’idea straordinaria. Vi ricorda qualcosa? (ldc)

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